Storia della cannabis e dell' utilizzo terapeutico medicinale

Origini e Preistoria della Cannabis

La canapa è una pianta erbacea dal profumo caratteristico a ciclo annuale, il cui habitat originario è oggetto di annose discussioni fra gli studiosi. Sino a poco tempo fa si riteneva che fosse originaria delle zone temperate dell’Asia, e sono state di volta in volta proposte le zone montuose del Caucaso, l’area del Mar Caspio, l’Asia centrale, la Cina orientale o quella occidentale. Ultimamente, fra i botanici cinesi si sta diffondendo l’opinione che la canapa sia originaria della regione di Xinjiang, nella Cina occidentale (Wu & Raven, 2003). 

Tuttavia, l’antichità del rapporto dell’uomo con questa pianta e la conseguente ampia diffusione attraverso la sua coltivazione, rendono difficoltosa l’individuazione dell’origine spazio-temporale del suo utilizzo umano, e i ritrovamenti archeologici nell’area europea e del Mediterraneo portano comunque a sospettare una non esclusiva origine cinese.

Ben presto le popolazioni nomadi che abitavano la regione impararono ad utilizzare questa pianta che facilmente cresceva autoctona, riconoscendo il valore sia dei fusti, da cui potevano ricavare dell’ottima fibra, sia dei semi e delle foglie, contenenti preziosi nutrienti per l’uomo e per gli animali. Il passo per utilizzare questa pianta anche a scopo magico o religioso, riconoscendo le virtù di nutrimento spirituale, legato all’assunzione della resina che ricopre i fiori e le foglie di Canapa fu breve.

I ritrovamenti asiatici più antichi parrebbero essere localizzati in Giappone, presso i reperti della cultura Jomon; questa occupò tutto l’arcipelago giapponese durante il lungo periodo del 12000-500 a.C. e fu caratterizzata da un’economia di caccia e raccolta congiuntamente alla produzione sin dai suoi primordi di vasellame, ma con scarsa evidenza di attività agricole. 

L’ adattabilità climatica della pianta, la semplicità della sua coltivazione, unite alla ricchezza di prodotti da essa ottenuti, lasciano ritenere che la Canapa sia stata una delle più antiche colture praticate dall’uomo. E’ stata evidenziata la presenza di piante coltivate, inclusa la canapa, nei siti di Matsugasaki e Torihama del Giappone centrale; presenza datata al 4000-3220 a.C. (Matsui & Kenehara, 2006).

Una data molto più antica sarebbe stata determinata nel sito di Okinoshima, nella penisola di Boso, Giappone centrale. Questo sito era probabilmente un campo temporaneo per la pesca e sono state scavate tre unità sedimentarie.

Nell’unità II erano presenti in maniera sparsa artefatti in pietra, frammenti di vasellame, palle di cenere (queste ultime risultanti probabilmente dalla bruciatura artificiale di erbe), ossa di delfini e altri reperti riconducibili a un’attività antropica.

Aderenti ai frammenti di vasellame sono stati identificati in numero limitato dei macrofossili vegetali, fra cui frutti di Cannabis sativa. L’analisi al radiocarbonio di questi frutti di canapa ha rivelato una possibile datazione del 8210-8130 a.C. (Kudo et al., 2009), ed è stato ipotizzato che questa pianta venisse coltivata già durante questa fase della cultura Jomon (Okazaki et al., 2011).

Tuttavia, né si può essere certi di un’attività agricola associata a questi reperti, né parrebbe chiaramente definito il livello di intenzionalità antropica della presenza di questi macrofossili di Canapa, poiché, come affermato dalla medesima equipe di Okazaki (ibid., p. 91), “L’assemblaggio macrovegetale ottenuto dai frammenti di vasellame riflette l’ambiente circostante l’insediamento umano. Si ritiene che il sedimento dell’unità II sia stato trasportato dalle regioni superiori attraverso il flusso di detriti e depositato sul piano costiero”. 

Altri ritrovamenti provengono da alcune culture neolitiche della Cina centro-orientale. Nell’antico erbario Pên-ts’ao Ching, compilato durante la dinastia Han nel I o II secolo d.C., ma che riporta tradizioni molto più antiche, viene riportato che la canapa cresceva selvatica “attorno al monte T’ai, ma ora è comune ovunque” (Li, 1974a). Il monte T’ai si trova nell’attuale provincia di Shangtung, nella regione più centro-orientale della Cina, e la citazione dell’erbario potrebbe indicare il fatto che quell’area fu la zona originaria della pianta, e che da li l’uomo la diffuse “ovunque” mediante la sua coltivazione.

 

La cultura neolitica di Yang-shao, datata dal V al III millennio a.C., si diffuse nelle provincie centro-orientali di Honan, Shhanxi e Shanxi. In alcuni vasi di terracotta sono rimaste incise le impronte di tessuti e cordami di canapa che servirono per la loro fabbricazione. La datazione al radiocarbonio di alcuni di questi oggetti venuti alla luce nel sito di Pan-p’o (vicino a Sian, nella provincia di Shanxi) è risultata essere fra il 4115 e il 3535 ± 110 a.C. (Chang, 1969). Altre impronte di tessuti di canapa sono rimaste impresse sulla terra battuta di una tomba del sito di Huan-hsien (provincia di Shanxi) appartenente alla medesima cultura Yang-shao. Un insieme cospicuo di fusi, aghi e altri strumenti rinvenuti nei diversi siti di questa cultura, evidenziano una significativa attività tessitrice, e la fibra di canapa fu probabilmente la principale materia prima per l’elaborazione di cordami e tessuti.                                   

 Anche presso la cultura neolitica Lung-shan, successiva a quella Yang-shao e datata fra il 2300 e il 1200 a.C., è stata ritrovata documentazione dell’utilizzo come fibra della canapa. Presso le culture successive dell’Età del Bronzo e del Ferro la documentazione diventa sempre più frequente, sino a produrre un’evidenza diretta in un frammento di tessuto di canapa datato alla dinastia Chou, venuto alla luce in una sepoltura della cosiddetta cultura Chou (a Zhou) Occidentale (1046-771 a.C.) nella provincia di Shanxi (Ko, 1972).                                                           

Alla cultura Chou Orientale (770-221 a.C.) appartengono centinaia di reperti chiamati “documenti di giuramento”, che sono lastre di giada o di pietra con dipinte sopra delle iscrizioni rosse, scoperte nella provincia di Shanxi. Fra le iscrizioni appare il carattere ma, che significa “canapa”, in un contesto di accezione “negativa”, che nell’antica Cina era un seconda aggettivazione attribuibile all’effetto stupefacente della pianta (dove il concetto “negativo” non era corrispondente a quello che diamo oggigiorno noi occidentali) (T’ao & Wang, 1972).

Ciò è una testimonianza della conoscenza degli effetti psicoattivi della canapa, e che questa non era quindi utilizzata solo per la sua fibra.

Un interessante ritrovamento è stato effettuato nel corso degli scavi delle tombe di Yanghai, situate in una regione desertica dello Xinjiang, nella Cina occidentale. In una di queste tombe (Stanza 90 tomba n. 1), che conteneva il corpo di un uomo di una quarantina d’anni d’età e di struttura fisica caucasoide, fra il corredo funebre sono stati ritrovati un cesto e una scodella di legno che contenevano un ammasso vegetale costituito da frutti, foglie e steli di Cannabis. L’analisi con il metodo del radiocarbonio ha fornito la data del 500 a.C. L’ambiente fortemente arido ha permesso una conservazione del materiale vegetale alquanto eccezionale, dove si sono potute osservare ancora in ottimo stato le strutture macroscopiche e microscopiche delle diverse parti della pianta di canapa.

Nelle tombe di Xinjiang non sono stati ritrovati tessuti e fibre di canapa, un dato che evidenza una differente finalità della sua presenza nell’inumazione. La tipologia di offerte funerarie associate alla tomba di questo uomo ha suggerito il fatto che si trattasse di uno sciamano, e la funzione della canapa appare essere associato alle sue proprietà psicoattive (Jiang et al., 2006). Resti di canapa sono stati ritrovati anche in un’altra tomba del medesimo sito di Yanghai (Tomba 213, Gruppo n. 2), associata ai resti di un uomo caucasoide. In questo caso, la canapa era associata a resti di cappero (Capparis spinosa L.), entrambi contenuti nel medesimo vaso d’argilla. La datazione al C-14 è risultata essere del 620 a.C. circa (Jiang et al., 2007).

 Cesto (sinistra) e scodella di legno (centro) contenenti resti di canapa (destra) in una tomba di Yanghai, Cina, 500 a.C. (da Jiang et al., 2006, fig. 2, p. 415)

Sono state trovate stoffe di canapa in un buon stato di conservazione, che ricoprivano i corpi di due inumazioni scoperte nella provincia di Kansu e appartenenti alla tarda dinastia Han Occidentale, datata fra il 100 a.C. e il 100 d.C.

    

A un periodo anteriore al 104 a.C. fanno parte alcuni frammenti di carta di canapa scoperti in una tomba di un sito archeologico della provincia di Shanxi, un fatto che anticipa la data dell’invenzione della carta in Cina, solitamente attribuita a Marquis Ts’ai Lun nel 105 d.C. (Pan, 1964). Ts’ai Lun inventò una carta costituita di vecchie reti da pesca – a quei tempi fatte di canapa –, vestiti logori (anch’essi di canapa), fibre di canapa e corteccia d’albero. In realtà si trattava, non tanto dell’invenzione della carta, bensì di un perfezionamento di un’invenzione – la carta a base di canapa – vecchia oramai di due secoli (per una discussione sull’origine della carta, inclusa quella costituita di canapa, si veda Drège, 1987).

In una tomba della dinastia Han, datata al 100 a.C. e ritrovata a Changsha, nella provincia di Hunan, è stato rinvenuto il corpo di una donna e il suo corredo funebre in un eccezionale stato di conservazione, per via del particolare ambiente isolato e sigillato. Fra le offerte votive erano presenti semi di canapa accanto ad altre semenze, che venivano usate a quei tempi come fonte alimentare.

Nei testi cinesi antichi era presente un vocabolario differenziato per indicare la pianta della canapa, che aveva come termine generico ma, rappresentato da un ideogramma che denotava le sue qualità come pianta da fibra, in quanto vi erano raffigurate due fibre appese a uno stenditoio e poste sotto una tettoia.

Evoluzione dell’ideogramma cinese “ma”, che significa “canapa”. A sinistra il primitivo ideogramma nella scrittura chuan; al centro nella scrittura chieh; a destra nella scrittura hsing (da Li, 1974b, fig. 1, p. 295)

Il genere e le diverse parti della pianta erano così denominate: la pianta maschio isi o hsi, quella femminile chü o tsu, i frutti fênpên o bên, i fiori ma p’o, i semi ma-tzu o ma-jên.

Con il sopraggiungere delle coltivazioni di ulteriori piante da fibra, il termine ma assunse gradualmente il significato di fibra vegetale generica. In tal modo, la Boehmeria nivea (L.) Gaudich assunse il nome cinese di chi-ma, la Urtica thunbergiana Siebold & Zucc. prese il nome di ching-ma (entrambe queste piante appartengono alla famiglia delle Urticaceae), e l’Abutilon niveum Grisebe, della famiglia delle Malvaceae, presi il nome di chung-ma, mentre la pianta della canapa assunse i nuovi nomi di Han-ma (“ma cinese”) e hou-ma (“ma di fuoco”) (Li, 1974a, p. 46).

 

La parola ma è stata usata come radicale per formare altre parole, quali mo (“demone”), equivalente a ma + “diavolo”, ed è stata associata ad altri ideogrammi per formare nuove parole, come nel caso di ma-tsui, “narcotico”, derivante dall’associazione dell’ideogramma ma con tsui (“ubriachezza”), e di ma-p’i, “paralisi”, derivante dall’associazione di ma con p’i, “reumatismo”.

Nel già citato Pên-ts’ao Ching, che riporta tradizioni di antica data, forse raggiungenti il 2000 a.C., viene riferito che “i ma-fên (i frutti di canapa) se presi in eccesso faranno vedere i diavoli. Se presi per molto tempo, fanno comunicare con gli spiriti e illuminare il corpo”.      Nello scritto dinastico Hou Han shu, datato al II secolo d.C., viene riferita la notizia che un famoso medico, di nome Hua T’o, usava un decotto di canapa chiamato ma-fei-san (“composto bollito di canapa”) preso con del vino, per anestetizzare i pazienti prima di sottoporli ad operazioni chirurgiche dell’addome.Lo stesso termine anestesia (Ma-zuì) 麻醉 simile sia in cinese che in giapponese (masuì) è formatodai due ideogrammi “ma” (canapa)   麻 e zuì (intossicazione, ntorpidimento) 醉.

Illustrazione della pianta della canapa e relativa descrizione dei suoi impieghi come medicinale nell’erbario cinese Chêng-lei pên-ts’ao del X secolo d.C. I testi sacri indiani, i libri dei “Veda” (Sapienza), compilati tra il XIV ed il X secolo a.C. parlano di una sostanza chiamata “soma”, sacra a Shiva, utilizzata in diversi tipi di cerimonie religiose, mistico-meditative e medicamentose; gli effetti descritti di espansione delle percezioni e rilassamento generale, lasciano ragionevolmente supporre che si trattasse proprio di canapa. In particolare nell’AtharvaVeda la pianta viene indicata per “liberare dall’ansia”. Alcuni scritti sanscriti farebbero risalire la canapa ad origine mitologica. Secondo la leggenda Indra, re degli déi, provando pietà per il popolo degli umani, gli regalò una bevanda a base di cannabis cosicché anch’essi potessero sperimentare le sue virtù: euforia, ampliamento delle percezioni, perdita della paura ed eccitazione sessuale.

 

Contestualmente l’utilizzo della prodigiosa “erba” diviene abituale nel Bihar, in Nepal e Pakistan e più a nord in Mongolia e Tibet; così come si estende dall’Egitto verso sud, diventando un medicamento essenziale contro crampi, epilessia e gotta per Pigmei, Zulu ed Ottentotti.                                                                                                                         

In Africa la cultura della cannabis si è conservata sino a tempi molto recenti, e comunque non verrà mai completamente eradicata. Nel 1888 l’archeologo Herman von Wissman (1853-1905) in una relazione sugli usi e costumi presso le tribù Baluba e Bantu del Congo belga, descrive come riti, feste e trattati di alleanza fossero regolarmente celebrati fumando hashish e foglie di canapa secche in pubblico.

 Prove dell’utilizzo della cannabis si hanno fin dai tempi del Neolitico anche in Europa, testimoniate dal ritrovamento di alcuni semi fossilizzati in una grotta in Romania. [Rudgley, Richard (1999). in Touchstone: The Lost Civilizations of the Stone Age.]                     

Si ricorda che nella definizione di periodo neolitico si comprende l’ultimo periodo dell’età della pietra, in cui l’uomo comincia le prime coltivazioni di piante e allevamento di animali.                                                                               

Il più antico manufatto umano ritrovato è un pezzo di stoffa di canapa risalente all’8000 a.C. (Small and Marcus, 2002 Small E., Marcus D., ”Hemp: A New Crop with New Uses for North America” in 2002 ).                                                                                                       

La Cannabis è una pianta che accompagna l’uomo da circa 5000 anni ed è riconosciuta per i suoi numerosi utilizzi (ElSohly, 2005). 

L’importanza nella vita quotidiana dei suoi prodotti favorì una rapida espansione dell’ utilizzo della tradizione della Cannabis dalle zone di origine, principalmente verso il Medioriente, la Cina orientale, e l’India, attraverso le migrazioni dei popoli e i primi scambi commerciali.

 John L. Sorenson e Carl L. Johannesse,World Trade and Biological Exchanges Before 1492, Universe, Bloomington, 2009, p. 151

Inizia così il lungo viaggio della Canapa accompagnando l’Uomo alla conquista dell’intero pianeta.

La Diffusione della Canapa: Dispersione Primaria secondaria e terziaria

 Tradizionalmente vengono descritti diversi momenti successivi della diffusione della canapa nel pianeta, definiti “Dispersione”.                                      Alla dispersione primaria, collocabile tra il 10000 ac e l’Era Pre-Cristiana seguì una dispersione secondaria durante tutto il Periodo Storico tra la nascita di Cristo fino al 1945. Nell’era moderna sta avvenendo una dispersione terziaria della specie.                                                                     Dispersione Primaria 10.000 ac – 500 ac –  Dispersione Secondaria 500 ac – 1945 – Dispersione Terziaria 1945 -2016.                                                                     Le successive dispersioni possono ulteriormente essere suddivise, storicamente, in fasi diverse.                                                                        Riconosciamo quindi:  Dispersione Primaria  fase I: ca 10000 ac – 2000 ac (dispersione euroasiatica)   fase II: 2000 ac – 500 ac (dispersione africa e sudest-asiatica)                                                                                                      Dispersione Secondaria  fase III a: 500ac – 1545 (era cristiana e medioevo)  fase III b: 1545 – 1800 (il nuovo mondo)  fase IV: 1800 – 1945  Dispersione Terziaria  fase V: 1945-1990 (l’espansione nel dopoguerra)  fase VI: 1990-2016 (la situazione attuale)                                                                                            Fase I della dispersione primaria. In questo periodo, databile circa tra il 10.000 ac e il 2000 ac si realizza la prima diffusione della genetica della Cannabis da i luoghi originari, zone di microclima favorevole, dove era riuscita a sopravvivere alle rigide temperature durante le glaciazioni del pleistocene.  

 Questi luoghi, identificabili come la zona del caucaso e la cina centrale, hanno custodito la genetica delle piante che conosciamo ora. Questa versione di piante di cannabis ancestrali viene definita “antenato putativo” ed apparteneva a due tipi distinti: la varietà che ha dato origine alla pianta da fibra o PHA (putative hemp ancestor) e la varietà che ha originato le piante da droga PDA (putative drug ancestor). Da queste zone rifugio, mentre i ghiacci si ritiravano,  la cannabis inizia, insieme alle popolazioni del paleolitico il suo viaggio alla conquista del pianeta, occupando inizialmente le zone centrali di asia, oriente asiatico, montagne dell Hindu Kush e il subcontinente indiano. I PHA sono rimasti custoditi nella zona caucasica e hanno dato origine successivamente alle varietà ancestrali a foglia stretta da fibra europee (NLHA Narrow Leaf Hemp Ancestror). I PDA, nella zona mountuosa dell’ Hegduan, odierna cina centrorientale, hanno dato origine alle varietà da droga ancestrali NLDA e BLDA, diffuse prima nella zona dell’hindu kush e successivamente verso l’afganistan. I PDA si suppone abbiano dato origine anche alle varietà cinesi da fibra a foglia ampia BLH diffuse in cina in oriente.  In questi luoghi si pensava si fossero sviluppati i quattro differenti taxa in cui viene distinta la cannabis:

  1. Cannabis sativa spp. sativa o Narrow leaf hemp  NLH
  2. Cannabis Indica spp. sativa o Narrow leaf drug NLD
  3. Cannabis Indica spp. Afghanica o Broad leaf Drug BLD
  4. Cannabis Indica spp. Chinisnsis o Broad leaf hemp BLH

Dalle zone di origine si è diffusa nel corso dei secoli gradualmente verso tutte le altre parti del mondo (Fig. 1.1).

Dispersione primaria della Cannabis – Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: “Cannabis evolution and Ethnobotany”. pag 125

La cannabis fu utilizzata dagli Assiri, che ne appresero le proprietà psicoattive dagli Arii e grazie ad essi, fu fatta conoscere ed utilizzare anche a Sciti e Traci, che cominciarono a farne uso anche durante i loro riti religiosi. (Cunliffe, Barry W., The Oxford Illustrated History of Prehistoric Europe, Oxford University Press, 2001, p.405)

La prima fase della dispersione primaria, che trova prova nei ritrovamenti antichi cinesi ed europei sopra descritti, continua nella seconda fase della storia antica della Cannabis, con una rapida diffusone anche verso il continente africano e nel sudest asiatico, mentre in europa e in cina se ne consolida definitivamente l’uso.

Fase II della Diffusione primaria della Cannabis – Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: “Cannabis evolution and Ethnobotany”. pag 126

Al nome “Sciti” (Skythai) utilizzato dagli antichi Greci corrisponde un insieme di tribù nomadi che vissero fra il VII secolo a.C. e il III secolo d.C. attorno al Mar Nero. A queste popolazioni viene oggi dato il nome di Sciti europei o del Ponto. L’origine di queste popolazioni è stata alquanto dibattuta fra gli studiosi, sebbene vi sia oggi concordanza in una loro origine asiatica. Il fulcro regionale dei proto-Sciti è probabilmente da ascrivere alle estese regioni degli Urali meridionali e delle zone del Mar Caspio e del Lago d’Aaral, e vi sono evidenze per strette relazioni e genesi culturali con le antiche Culture Kurgan dell’Asia centrale.

I Greci incontrarono gli Sciti del Ponto a partire dal VII secolo d.C. nel corso della loro colonizzazione del Mar Nero. Erodoto, che scrisse le sue Storie attorno al 500 a.C., descrisse ampiamente la storia e i costumi di queste popolazioni scitiche. In un suo famoso passo riportò l’uso della Cannabis da parte degli Sciti, internamente a una cerimonia di purificazione eseguita dopo la sepoltura di un re:

“Compiuta una sepoltura, gli Sciti si purificano nel seguente modo. dopo essersi unto e deterso il capo, al corpo fanno questo: piantati tre pali inclinati l’uno verso l’altro, vi stendono sopra tutt’intorno coperte di lana e, stringendole il più possibile, gettano pietre arroventate in una conca posta in mezzo ai pali e alle coperte.
Nasce presso di loro una pianta di canapa, assai simile al lino fuorché per spessore e grandezza: da questo punto di vista la canapa supera di molto il lino. Essa nasce sia spontanea sia seminata, e i Traci ne fanno anche vesti assai somiglianti a quelle di lino, e chi non fosse assai esperto non potrebbe distinguere se sono di lino o di canapa; chi poi non conosce ancora la canapa, riterrà senz’altro che la veste sia di lino.
Gli Sciti dunque, dopo aver preso semi di questa canapa, si introducono sotto quelle coperte, e poi gettano i semi sopra le pietre roventi. Il seme gettato fa fumo ed emana un vapore tale che nessun bagno a vapore greco potrebbe vincerlo. Gli Sciti mandano urla di gioia soddisfatti da questo bagno, perché non si lavano il corpo con acqua” (Plinio, Historiae, IV, 73(2)-75, nella traduzione di Augusta Izzo D’Accini, 1984, Mondadori, Milano, vol. 2, pp. 253-5).

Le ricerche archeologiche parrebbero aver confermato questa particolare pratica di uso della canapa. Nel sito archeologico della valle del fiume Pazyryk, nelle montagne dell’Altai orientale e a un’altitudine di 1600 metri sul livello del mare, sono state portate alla luce alcune decine di tombe a tumulo (kurgan), risalenti al 500-300 a.C. Queste tombe, appartenenti al ciclo culturale dei “Grandi kurgan dell’Altai”, si sono conservate nel ghiaccio e sono in relazione con le popolazioni scitiche asiatiche. Nel kurgan di Pazyryk 2, scavato nel 1947-48 da Sergei Ivanovich Rudenko, vi erano seppellite le mummie di una donna e di un uomo, quest’ultimo un probabile condottiero dell’età di circa 60 anni. Come in tutte le inumazioni di Pazyryk e di altri kurgan eurasiatici, il cadavere veniva sottoposto a un trattamento di mummificazione prima della sepoltura, con estrazione del cervello mediante trapanazione cranica e di tutti gli organi interni e dei muscoli. Accanto ai resti di sette cavalli sacrificati nel corso del funerale e a diversi utensili, strumenti musicali, specchi, nella sepoltura dell’uomo di Pazyryk 2 è stato ritrovato un calderone di bronzo con due manici, che era stato coperto con della corteccia di betulla; nel suo fondo è stato ritrovato del feltro, mentre la parte superiore era stata riempita con delle grosse pietre. Fra queste pietre sono stati ritrovati semi di canapa, alcuni dei quali erano carbonizzati.

Al di sopra del calderone sono stati ritrovati sei pali che erano legati insieme nella parte superiore per formare una specie di struttura per una tenda a cui era probabilmente sospeso il calderone. Accanto al calderone sono state ritrovate rimanenze di una coperta di cuoio decorata con motivi animali e che era forse servita per coprire la struttura in modo da completare la tenda per permettere l’inalazione dei vapori dei semi di canapa.

Camicia ritrovata nell’inumazione di Pazyryk 2, costituita di canapa e kendyr (da Charrière, 1979, fig. 320, rip. in Rubinson, 1990, p. 51, fig. 4)

Anche in un’inumazione dei kurgan del sito archeologico di Shumaevo, localizzato nel distretto russo di Tashlinsky della regione di Orenburg, al confine con il Kazakhstan, sono stati ritrovati semi di canapa all’interno di una faretra. L’inumazione appartiene alla cultura Sarmata tarda del secondo secolo d.C. (Morgunova & Khokhlova, 2006). Ulteriori evidenze del rapporto degli Sciti con la canapa sarebbero venute alla luce in Ucraina (Pashkevich, 1999). Ma la pratica di bruciare semi su dei bracieri potrebbe essere molto più antica della cultura scita; sono stati ritrovati semi di canapa carbonizzati in un’inumazione (tumulo n. 12) in un sito della cultura neolitica Kurgan a inumazioni a fossa (pit-grave) nei pressi di Gurbanesti, un villaggio distante una cinquantina di chilometri da Bucarest, in Romania, e datato attorno al 2000 a.C. (Rosetti, 1959: 801). Semi di capana sono venuti alla luce anche in un vaso collocato vicino alla testa di un’inumazione dell’Età del Bronzo nella regione settentrionale del Caucaso (Markovin, 1963, p. 98, cit. in Ecsedy, 1979, p. 45).

E’ stata suggerita l’ipotesi che le lastre di pietra a forma di montone, rinvenute in Siberia e nell’Asia centrale, fossero forse altari portatili che servivano per bruciare semi e altri prodotti della Cannabis (Jettmar, 1964-65).

Nel passo sopra riportato Erodoto parla dei soli semi di canapa che venivano bruciati per produrre le esalazioni purificatrici, e nei resti archeologici sono effettivamente stati ritrovati solamente i semi di canapa. Non sono note proprietà inebrianti dei semi di questa pianta, e il rito scita descritto da Erodoto e confermato dagli scavi archeologici poteva aver avuto solamente scopi purificatori e non inebrianti. Tuttavia, la pratica di inalare i fumi dei semi bruciati di canapa comporta molto probabilmente la conoscenza degli effetti inebrianti dei fumi del resto della pianta e della sua resina.

La presenza della Cannabis nell’antico Egitto è stata oggetto di discussioni fra gli studiosi che si sono occupati del tema. Per alcuni autori, antichi e moderni, la canapa era totalmente sconosciuta fra gli antichi Egiziani (si vedano ad esempio Woenig, 1897, p. 189 e Germer, 1985, p. 23). Ma i dati archeologici e linguistici parrebbero contraddire quest’affermazione troppo recisa.

Da un punto di vista dell’evidenza diretta, cioè delle rimanenze materiali della pianta, sono venuti alla luce scarsi reperti. Resti di tessuto di canapa sono stati ritrovati ad El-Amarna nella tomba di Amenhotep IV (Akhenaton), un faraone che regnò nel XIV secolo a.C. (Martin, 1989, vol. II, p. 256). La presenza di polline di Cannabis è stata identificata nel suolo del sito di Nagada, in uno strato datato alla metà del III millennio a.C. (Emery-Barbier, 1990) e, sorprendentemente, all’interno della mummia di Ramesse II, faraone che morì agli inizi del 1200 a.C. (Leroi-Gourhan, 1985). V’è una generale difficoltà di distinguere fra i pollini del genere Cannabis e quelli del genere Humulus (cui appartiene il luppolo), entrambi della famiglia delle Cannabaceae, ma in questo caso non vi dovrebbero essere dubbi, poiché il genere Humulus non sembra fosse presente nell’antico Egitto (Russo, 2007, p. 12). Polline di canapa è stato ritrovato anche in una mummia del periodo tolemaico, datata attorno al 100 a.C. (Girard & Maley, 1987).

Per quanto riguarda gli aspetti linguistici, Dawson (1934) ha proposto l’identificazione del nome e del geroglifico ŝmŝmt (shemshemet) con la Cannabis. Il primo riferimento a questo nome si trova nei Testi delle Piramidi (§514) ed è datato al 2350 a.C. Vi si legge: “Il Re ha legato le corde della pianta ŝmŝmt”; ciò ricondurrebbe all’utilizzo della canapa per la sua fibra.

 

Il medesimo simbolo geroglifico si ritrova in diversi papiri medici scritti nella lingua ieratica. Nel Papiro Ramesseum III, datato attorno al 1700 a.C., si legge: “Un trattamento per gli occhi: sedano; ŝmŝmt; viene pestato e lasciato nella rugiada per tutta la notte. Entrambi gli occhi del paziente devono essere lavati con questo alla mattina” (A 26). E’ stato suggerito che si tratti di un rimedio antico per il glaucoma.

 

Nel Papiro di Ebers, redatto durante la XVIII Dinastia (1550-1295 a.C.), si legge un rimedio di natura ostetrica: “Un altro medicamento per raffreddare l’utero ed eliminare il suo calore: ŝmŝmt; pestare in miele; introdotto nella sua vagina. Questa è una contrazione”. In un altro passo del medesimo Papiro la pianta ŝmŝmt è indicata come uno degli ingredienti per la cura dei vermi alle unghie dei piedi. 




Nel Papiro di Berlino, redatto durante la XX Dinastia (1186-1069 a.C.), al passo 81 si legge: “Un rimedio per trattare l’infiammazione: foglie [o cime?] di ŝmŝmt; olio bianco. Da usare come un unguento”.

Nel Papiro Chester Beatty, del medesimo periodo del Papiro di Berlino, si legge un rimedio per un’affezione anale chiamata kapou, apparentemente un tipo di infiammazione: “Come lavaggio, per cacciare via le sostanze brucianti chiamate kapou nell’ano e per rinfrescarlo: ŝmŝmt ¼; la pianta djaret: 1/32; acqua mesta: 25 ro. Ciò verrà posto nell’ano, seguendo per quattro giorni” (Bt 24) (Per questi e altri passi nei papiri medici si vedano Russo, 2007 e Manniche, 1989, pp. 82-3; le datazioni dei papiri qui citati sono state prese da Nunn, 1996, p. 210).

Tra il 2000ac e il 1000 ac, nella seconda fase della Dispersione Primaria, si assiste ad un’ulteriore espansione verso il continente Africano ed Europeo ad opera delle popoli come Hittiti, Assiro Babilonesi, Egiziani e Fenici.

 

Avicenna (1037ac- 980ac), scienziato medico, filosofo, matematico e fisico persiano vissuto intorno all’anno 1000 ac definito nell’antichità come il “Principe dei medici”, scrisse più di 250 opere su vari argomenti scientifico religiosi, dedicando alla Canapa un intero capitolo di una delle sue più importanti opere Il “Canone della Medicina”, in cui tramanda l’utilizzo medicinale della Canapa secondo la tradizione medica ayurvedica indiana.

Successivamente i Greci e Romani aiutarono a completare la diffusione della coltivazione della Canapa nel continente Europeo e nel bacino del Mediterraneo.

Nel 500 ac la coltivazione della Canapa è considerata coltura stabile per la produzione di fibra e semi.

Si nota che, maggiormente ci si allontana dalla zona di origine della pianta, sempre più si sfuma la tradizione degli utilizzi magico, religiosi o medicinali, a differenza dell’uso tessile, che risulta il più apprezzato  e sfruttato nelle culture occidentali. 

Nonostante, nell’Europa centrale, ancor prima dell’espansione dell’Impero romano, la cannabis era già coltivata ed usata nelle isole britanniche dalle tribù dei Celti e dei Pitti (III- IV sec a.C.).Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia menziona le proprietà terapeutiche dell’erba, e ulteriori riferimenti si possono trovare nell’Antica Juliana del medico Nerone Discoprite.Pubblicata nel 70 d.C., la “Materia medica” di Dioscoride, l’erbario più importante dell’antichità, contiene la più antica raffigurazione della pianta; Dioscoride la raccomanda per mal d’orecchi, edemi, itterizia e altri disturbi. Secondo Galeno le preparazioni di canapa sono utili contro le flatulenze, il mal d’orecchi e tutti i tipi di dolore. Lo stesso Galeno metteva in evidenza che, se si esagera con le dosi, “colpiscono la testa, immettendovi vapori caldi e intossicanti” (Walton, 1938).

I passaggi di Plinio, Marco Polo, Abu Mansur Muwaffaq e The Arabian Nights dimostrano senza ombra di dubbio che la cannabis era coltivata sia per la sua fibra sia per le sue proprietà psicoattive in tutta l’Asia, il Medio Oriente e gran parte dell’area del Mediterraneo.

Nei secoli dopo Cristo la documentazione diretta – tessuti, carta, cordami di canapa – diventa più frequente fra i reperti archeologici in tutta la Cina (Li, 1974a). Citiamo qui il reperto riguardante il cosiddetto “uomo di Yingpan”, una mummia di un uomo scoperto in una necropoli del bacino di Tarim, a Yingpan, nella regione occidentale cinese dello Xinijiang e datata attorno al 300 d.C. Il viso dell’uomo è coperto da una maschera fatta di canapa e di gesso, mentre la tunica, riccamente addobbata, è di seta con fili d’oro. Le fattezze fisiche ed artistiche dell’”uomo di Yingpan” lo riconducono a una tipologia occidentale, caucasoide, e non cinese (cfr. Knauer, 1999).

L’utilizzo in Cina della canapa come fibra, cibo, medicina e come droga psicoattiva è attestato, oltre che dai dati archeologici, dalle fonti scritte, alcune delle quali risalgono al secondo e al primo millennio a.C.

Uno dei riferimenti più antichi si ritrova nel testo Shih Ching (“Libro delle Odi”), del periodo della dinastia Chou (1046-256 a.C.), dove la canapa viene riportato come fibra e come seme alimentare. Viene descritta brevemente la sua coltivazione e la preparazione della fibra per l’impiego come fonte tessile.

Del medesimo periodo Chou sono il Li Chi (“Documenti dei Riti”) e il Chou Li (“Riti di Chou”), dove viene riportato in maniera alquanto dettagliata l’uso dei vestiti di canapa. Nel Li Chi vengono date istruzioni sull’uso di vestiti di canapa in occasione dei riti funebri, una tradizione che si è tramandata per secoli sino ai tempi moderni. Nel medesimo testo, i semi di canapa sono indicati come un importante alimento usato dai re durante certi periodi dell’anno.

L’uso della cannabis era diffuso anche in Africa secoli prima della colonizzazione europea. In Africa la cannabis era coltivata, utilizzata come fibra e come medicinale, inalata e a volte venerata in aree diversissime: dal Sud Africa al Congo al Marocco. Si suppone che l’introduzione della cannabis in Africa risalga circa al 4000 ac, comunque le prime tracce nei ritrovamenti risalgono al periodo tra il 2000 ac e il 500 ac (Merlin 2003, Burny 1994, Van der Merwe 1975,2005).L’uso della Cannabis in Africa venne tramandato soprattutto per motivi religioso medicinali attraverso due vie, una a nord della vasta distesa del deserto del Sahara, ostacolo naturale alla propagazione della cannabis, l’altra a sud di questa vasta area, diffondendosi dalle coste verso l’interno alla conquista diell’intero continente.

 

Diffusione africana II fase dispersione Primaria - Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: "Cannabis evolution and Ethnobotany". pag 101

Cannabis Medicinale e storia antica

 

Dispersione Secondaria     Fase III a 500ac -1545

Dispersione secondaria Fase III - Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: "Cannabis evolution and Ethnobotany". pag 128

Inizia la fase di Dispersione Secondaria, precisamente la fase III,  in cui avviene il consolidamento definitivo della coltivazione nell’area del mondo conosciuto prima della scoperta delle Americhe. Si coltiva Cannabis per uso tessile in Europa, Asia, Indocina, Africa, India. Utilizzo medicinale risulta in secondo piano in questo periodo. Tramandato più da parte di quei popoli con una solida e antica cultura di medicina tradizionale come i Cinesi o gli Hindu o gli Arabi, vicini alla zona di origine della pianta, mantiene invece, nel mondo occidentale la valenza di fonte primaria di fibre per corde e tessuti.

Comunque durante tutto il primo millennio dopo la nascita di Cristo, la Cannabis è stata un famoso rimedio a molte malattie diffuse in tutta Europa. Nel medioevo fu proibita in Spagna alla fine del VII secolo, e in Francia VIII, con accuse di stregoneria a chi facesse uso di Canapa. Carlo Magno invece, riportandola in voga, nel IX secolo esaltava la Canapa, la voleva coltivata su larga scala come materia prima preziosa per produrre tessuti, vele, cordame, e olio da lampade. In seguito furono i viaggiatori provenienti dall’Africa e dall’ Asia a riportarla alla luce nel continente Europeo, divulgandone nuovamente l’uso medico

La suora tedesca Idelgarda di Binden 1098-1179, colta erborista e guaritrice, studente di medicina greca antica e paganesimo curativo, ne apprese nuovamente l’uso e la nomina nella sua opera di scienze naturali “Physia” con descrizioni acutissime e Giovanna d’Arco 1412-1431 fu accusata di utilizzare “erbe diaboliche” per i riti di stegoneria, tra cui la Canapa, poco prima che, durante il periodo dell’ Inquisizione, nel 1484, la Bolla Papale “Summis desiderantes”, di Papa Innocenzo VIII, vieta l’utilizzo ai fedeli di qualunque erba medicinale o allucinogena tra cui la Canapa, eccetto l’utilizzo del vino in uso nella pratica religiosa.

Nonostante la forte influenza della Chiesa, comunque, non si riuscì a impedire la diffusione in Europa settentrionale, come in Olanda e Danimarca, dove, ancor oggi è più accettata.

 Intanto anche i monaci amanuensi, contravvenendo alla bolla Papale, copiavano i loro testi sacri su carta di Canapa.

 Cristoforo Colombo giunse in centro America nel 1492 sulle sue famose Caravelle, equipaggiate con vele e corde di Canapa.

I più ritengono che dopo la scoperta dell’America ingenti quantità di canapa siano state importate sia dai conquistadores che da inglesi e francesi, per assolvere alla produzione delle fibre per i diversi usi e della carta, come avveniva in Europa. Altri ritengono che la canapa abbia attraversato lo stretto di Bering con le popolazioni asiatiche (abitanti le regioni degli attuali Giappone, IndoCina, Tibet, Mongolia, Siberia e pianure del centro Asia) che, tra i 30 e i 15 mila anni fa (alla fine dell’ultima glaciazione), fecero rotta verso Est conducendo la prima emigrazione verso il lontano continente americano. Gli Indiani d’America, secondo questa tesi avrebbero già conosciuto le virtuose proprietà della pianta. Non abbiamo però reperti o prove a supporto.

 E’ il 1545 che viene considerato l’inizio ufficiale della coltivazione in messico e in Cile.

 Pedro Cuardado, un conquistador dell’esercito di Cortez, iniziò in quel periodo un fiorente commercio e coltivazione di canapa nel messico centrale. Pochi anni dopo, nel 1550 il governatore spagnolo emise un ordinanza che tentava di “limitare la coltivazione poichè i nativi avevano iniziato ad usare la cannabis non solo per la fibra” (Abel 1980, Monsk 1939).

Al contrario in Cile, sempre dal 1545, viene stimolata la produzione da fibra, con l’obbiettivo di sottrarre alla Russia il posto di primo produttore mondiale.

La Cannnabis arrivò nel nord America a Port Royal, Nova Scotia nel 1606, grazie a Louis Hébert, considerato il primo farmacista canadese.

Inizia con l’arrivo della cannabis nel nuovo mondo nel 1545 la seconda parte della Fase III della Dispersione Secondaria, che durerà sino al 1800 circa.

La Canapa fu utilizzata dal Medico, scrittore, umanista francese Francois Rabelais che nella sua opera del 1532 “Gargantua e Pantagruel”, la elegge come “Regina dei vegetali”, vantandone “azione antibiotica in grado di uccidere qualsiasi tipo di verme”. Nel capitolo 51 del terzo libro dell’opera, si attribuisce a Pantagruel la scoperta della Canapa, nominata dunque “Pantagruelione”. 

Al servizio del Vcerè di Goa invece il medico portoghese Garcia da Orta cita la pianta nel suo libro “Colloqui sui semplici e sulle droghe dell’India”, 1563, attribuendole proprietà in grado di stimolare l’appetito, il sonno, la tranquillità, ma anche come afrodisiaco ed euforizzante.

Nel 1610 l’inglese Robert Burton, autore di “Anatomia della Melancolia” indica la Canapa come cura della depressione, per la quale è considerata !rimedio molto sicuro”.

 Il New London Dispensary nel 1621 sosteneva l’importanza della Canapa nella cura della tosse ed itterizia.

In questo periodo i Puritani inglesi portarono i semi di Canapa nelle Americhe, introducendo l’impiego industriale di questa pianta, mentre l’uso medico ed inebriante, presumibilmente divulgato dagli schiavi arrivati con la tratta dall’Africa, divenendo un rimedio conosciuto ai nativi Pellerossa. Nell’attuale Zimbabwe, per esempi la Canapa è da sempre conosciuta ed utilizzata in medicina tradizionale come antidoto per il veleno di serpenti o come rimedi per la malaria, antrace, dissenteria e “medicina di guerra”.

I presidenti degli Stati Uniti Thomas Jefferson e George Washington possedevano campi di Canapa, Benjamin Franklin possedeva una cartiera che trasformava Canapa. 

George Washington conosceva le proprietà medicinali della pianta.

Nel suo diario nell’agosto 1765, lamentava di aver separato le piante maschili dalle femminili troppo tardi, lasciando avvenire l’impollinazione, a discapito della qualità dei fiori. (Joseph W. Jacoph op p.32) 

 La Canapa è stata anche moneta in corso legale negli Stati Uniti per quasi 200 anni, fino all’inzio del 1800, quando le tasse potevano essere pagate con questa pianta.

Altri presidenti americani del periodo antecedente al proibizionismo, ne hanno elogiato le qualità favorendone la coltivazione: James Madison, James Monroe, Franklin Pierce, Zachary Taylor.

 Nel 1753 Linneo battezzò la canapa Cannabis sativa, considerando l’esistenza di un’unica specie, mentre nel 1783 Lamarck ritenne, sulla base di significative differenze morfologiche, di dover distinguere il genere Cannabis in due specie distinte: la C. sativa, nativa dell’Europa, e la C. indica, propria dell’oriente. L’industria della canapa da fibra fiorì tra il 1840 e il 1860 nel Kentucky, nel Missouri e nell’Illinois grazie alla forte domanda dell’epoca per la realizzazione di tele per vele e cordami (Ehrensing, 1998). Fino alla prima metà del 19° secolo, la canapa era la principale fonte di fibra tessile di origine vegetale e, in effetti fu descritta come “la regina della fibra, lo standard di riferimento per tutte le altre fibre” (Boyce 1900). 

Da questa parte dell’atlantico invece Napoleone volle proibirla in Egitto, con un editto pubblicato l’8 ottobre 1800 recitante L’uso della bevanda che alcuni musulmani preparano con la canape e il fumare i semi di canape sono proibiti in tutto l’Egitto. Coloro che hanno queste abitudini perdono la ragione e sono presi da deliri violenti che li spingono ad eccessi di ogni specie”.

La Cannabis Medicinale e Terapeutica Moderna

Fase IV della dispersione secondaria - Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: "Cannabis evolution and Ethnobotany". pag 129

Si trasferisce dunque in India per perfezionare i suoi studi e lì nota alcuni benefici derivanti dalla somministrazione terapeutica della Cannabis, in una forma e qualità differente dalla pianta conosciuta in Europa, con più marcate e soddisfacenti proprietà medicinali.                                                                                                            La trattazione di O’Shaughnessy si arricchisce di dettagli storici sugli usi della canapa conosciuti da scrittori sanscriti, arabi e persiani. Si dedica particolarmente all’osservazione della patologia tetanica. La cannabis non guariva dal tetano, ma era utilizzata come medicinale coadiuvante per mitigare alcuni fastidiosi sintomi.                O’Shaughnessy, W.B. (1839) Case of Tetanus, Cured by a Preparation of Hemp (the Cannabis indica.), Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal 8, 1838-40, 462-469

Approfondita la conoscenza di questa pianta, entusiasta, ne riporta i semi e il frutto delle sue osservazioni scientifiche in Inghilterra, denominandola Canapa Indiana o Cannabis Indica, per differenziarla dalla versione Europea da fibra.

Sulla scorta delle informazioni di O’Shaughnessy si diffonde in Inghilterra prima, e nel resto dell’Europa poi, un fervido interesse per questa “nuova” varietà di Canapa Indiana e soprattutto della resina che se ne ricavava, l’Hashisch.

Si racconta che la regina di Gran Bretagna Vittoria, sulla scorta delle informazioni del medico Irlandese, ricorresse alla canapa per lenire i dolori mestruali e durante il suo regno la Canapa veniva usata per curare diversi malanni, dagli spasmi muscolari ai reumatismi.

In Francia l’uso dell’Hashisch divenne rapidamente una vera e propria moda: introdotto dallo psichiatra francese Jacques-Joseph Moreau, che nel 1840 descrisse gli effetti della droga in una relazione scientifica dopo averla provata su di sé, si diffuse ben presto specie negli ambienti artistici di quel tempo; tanto che a Parigi nacque il “Club des Hashischins” frequentato da poeti e scrittori quali Victor Hugo, Alexandre Dumas, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac e Théophile Gautier.                                                                                                                                    In questo contesto storico non così lontano, l’Italia, in quest’ambito, si colloca come nazione leader nella ricerca internazionale.                                                                                                                                                                  Pionieri in questo settore furono gli scienziati Giovanni Polli, Medico laureato a Pavia nel 1837, Direttore della rivista milanese Annali di Chimica Applicata alla Medicina, e Carlo Erba, farmacista di Milano, che per primi importarono la conoscenza della sostanza dall’ambiente scientifico internazionale e ne sperimentarono gli effetti su sé stessi a Milano, il 19 giugno 1847, in un esperimento scientifico in compagnia di Francesco Viganò e Pietro Mordaret. (VERGA ANDREA, 1847, Lettera sull’haschisch, Gazzetta Medica di Milano, 10 luglio 1847, pp. 263-264.)Sono diversi i medici che con molta curiosità si sottopongono successivamente alle prime “esperienze cannabiche” della storia italiana. Tra questi Andrea Verga, Cesare Lombroso, Filippo Lussana e Giulio Ceradini. Le sessioni di ingestione di haschich venivano puntualmente osservate da una platea di medici e scienziati e prontamente descritte nei dettagli. (LUSSANA FILIPPO, 1851, Alcuni effetti dell’Hachisch, Gazzetta Medica di Milano, vol. 2 (3° s.) pp. 441-442. – CERADINI GIULIO, 1864, Relazione di alcuni effetti dell’haschisch provati da G.C., Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 38 (3° s.), pp. 111-127. – Verga Andrea, 1848, Sull’haschisch, Annali Universali di Medicina, 127:423-425; Verga Andrea, 1848, Diversi preparati di haschisch, Gazzetta Medica Lombarda, 2° s., 1:79; Verga Andrea, 1863, Lipemania guarita coll’haschisch, Gazzetta Medica Italo-Lombarda, 32 (5° s.), 2°:275.)

Il farmacista Carlo Erba

Ritratto del Dott. Giovanni Polli

Inizia un fiorente periodo di ricerca presso la comunità scientifica Italiana sotto il profilo botanico, tassonomico, analitico, chimico, farmaceutico, tossicologico, fisiologico, e terapeutico.

Il primo lavoro risale proprio a quell’anno per mano di Antonio Maurizio Zumaglini, noto medico e botanico che studiò all’Università di Pisa, ed intraprese nella sua città natale di Biella, studi botanici e tassonomici accurati, scrivendo tra il 1849 e il 1860 la monumentale opera in latino “Flora Pedemontana”, in cui si cita la Canapa e descrive i suoi svariati usi medicinali.

Ricordiamo l’importante contributo di Giovanni Briosi e Filippo Tognini, botanici dell’Istituto Botanico della Reale Università di Pavia, questi due ricercatori intrapresero uno studio approfondito sui caratteri botanico-tassonomici della famiglia delle Cannabinacee e del genere Cannabis. Questa voluminosa opera rappresenta un contributo pionieristico sugli aspetti botanici della cannabis di importanza internazionale.                                          Il lavoro è corredato di una cinquantina di stupende tavole anatomiche a colori disegnate dai due autori. (BRIOSI GIOVANNI & FILIPPO TOGNINI, 1888, Contributo allo studio dell’anatomia comparata delle Cannabineae, Atti Istituto Botanico Pavia, II° s., vol. 2. BRIOSI GIOVANNI & FILIPPO TOGNINI, 1894, Intorno alla anatomia della canapa (Cannabis sativa L.). I. Organi sessuali, Atti Istituto Botanico Pavia, N.S., vol. 3, pp. 91-209. BRIOSI GIOVANNI & FILIPPO TOGNINI, 1895, Intorno alla anatomia della canapa (Cannabis sativa L.). II. Organi vegetativi, Atti Istituto Botanico Pavia, II° S., vol. 4, pp. 169-329. )                                                                                                            Il Dott. Pietro Brugo, Raffaele Velieri, Vignolo e Marino Zuco e Godard si dedicarono soprattutto a ricerche sulla preparazione galenica e la valorizzazione delle sostanze attive.                                                                                      Scrive Pietro Brugo, farmacista e chimico farmaceutico, a Romagnano, provincia di Novara negli annali di Chimica Applicata alla Medicina,
1864,
vol.
39
(3°s.),
pp.
249-250.

Prendo 
una 
data 
quantità
 di
 foglie
 fresche 
di 
canape 
sativa
r accolte
 nell’epoca
della 
fioritura, setacciato 
bene,
indi
 le 
mescolo
 con 
olio 
d’olivo
 di 
buona
 qualità
q.b.
[quanto
basta]
per 
ottenere una
 poltiglia 
molle: 
la 
quale,
in 
apposito recipiente,
 faccio 
macerare 
per 
24 
ore 
alla 
temperatura
 di ±40
C 
circa;
 passo
quindi
 per 
tela
 con
forte 
pressione.

Il
 liquido
 espresso
 posto 
in 
un 
imbuto
 o 
robinetto,
si 
divide 
dopo
 qualche
 tempo
 in 
due 
strati,
uno superiore, 
che 
è 
un
 olio 
denso 
di 
un 
color 
verde 
cupo,
 leggiermente 
aromatico,
 ricordante
 l ‘odore della 
pianta 
verde; 
l’inferiore 
è 
un
liquido 
castagno
 scuro,
 che
 concentrato 
debitamente
 presenta l’aspetto 
d’un
estratto 
acquoso.
 Separati 
questi 
due 
strati 
feltro
 per 
carta
 l’olio,
 il 
quale
 lascia 
per residuo 
 sul 
 feltro 
 una 
 sostanza 
 grassa 
 d’un 
 magnifico 
 verde 
 smeraldo.



Tutte
 e 
tre 
questi 
prodotti,
olio,
estratto,
e 
sostanza 
verde,
hanno
 a d
un
dipresso
le 
stesse
 virtù medicamentose,
e 
se 
passa 
fra
 loro 
qualche 
piccola 
differenza
l’attribuisco
 piuttosto
 al 
diverso
 loro grado
 d’assorbimento,
che
 ad
 altro.

L’olio
 così 
preparato 
lo
 trovai
 d’un 
effetto 
marcatissimo,
non
 solo 
negli
indurimenti 
delle
 glandule,
e negli 
ingorghi
 lattei,
 ma
 anche
 nei 
dolori 
articolari 
acuti
 qualunque
 sia
 la 
loro 
causa,
e
 perfino 
nella gotta,
nel 
qual
caso 
se 
ne 
toglie 
il 
male ,
mitiga
 di 
gran 
lunga
 l’acutezza
 del 
dolore. “

Scrive Raffaele Valieri, Medico Primario dell’Ospedale degl’Incurabili e Fondatore del Gabinetto d’Inalazione (Stabilimento Tipografico dell’Unione, Napoli, 32 pp.,) nel 1887 “Sulla canapa nostrana e suoi preparati in sostituzione della Cannabis indica”, ponendosi per primo il problema della qualità farmaceutica della droga vegetale e sottolineando la variabilità qualitativa dei materiali reperibili all’estero, ponendo la necessità di una produzione standardizzata farmaceutica.                                                                                                                    Spettava al terapista moderno la parola più solenne e precisata sulla vera azione della canapa ed assegnarle il vero suo posto in terapia. Egli nella sintrome fenomenica e nelle sue conseguenze non vede che l’abuso della sostanza, la poca conoscenza della sua composizione e l’ignoranza sulla sua quantità: onde dall’altro lato considerando che tolto l’abuso, conosciuta la entità del farmaco ed amministrato a dosi moderate e graduate possa riescire vantaggioso in molte malattie nervose come accade per i più possenti veleni, che dati a dosi frazionate e ponderate riescono i più possenti rimedi: allora invece di un eccitante morbigeno si avrà nelle sue mani un farmaco benefico.[…]

[…]L’ introduzione della canapa indiana in terapia come tutti i rimedi di grande efficacia e di svariata applicazione ebbe i suoi entusiasti sostenitori, come lo sono io, e i suoi scettici oppositori- ed è giustificata questa contradizione, quando si rifletta che trattandosi di una droga che viene da distanti regioni, talvolta di problematica e misteriosa preparazione e che viene amministrata in modo empirico ed in peso convenzionale. Onde non si può fare assegnamento nazionale e certo sulle sue qualità terapiche, come sopra altre medicine di conosciuta composizione chiimica, di costante ed identica preparazione, di mistione ufficinale conosciuta. Giustamente perciò dice il

Tamburrini. “Si può dire in generale che le indicazioni terapiche della droga hanno poco di determinato; e debbono perciò essere studiate più largamente e con maggior rigore!”[…]

[…]A torto si è voluto paragonare l’azione della cannabis indica a quella degli oppiati od altri narcotici, a quella degl’ipnotici, de’ calmanti, sedativi, a quella degli altri eccitanti del sistema nervoso cerebrale. Non ha analogia coll’oppio, coi bromuri, col cloralio, col coca ec. – La sua azione fisiologica e terapica è sui generis. Bisogna studiarla come una entità igienico-terapica speciale nei suoi diversi preparati, nelle sue mistioni, nel metodo di amministrazione e nel peso -Bisogna precisare le malattie ed i suoi risultamenti clinici ed amministrarla sola e senza altri coadiuvanti narcotici, esilaranti o sedativi, quando si vuole avere la vera conoscenza della sua azione specifica.[…]

[…]La storia di tutti i tempi e di tutti i luoghi ha mostrato che l’uomo sia nello stato selvaggio che civile ha avuto una tendenza irresistibile ed istintiva alla ebrezza (Liebig) ancora a costo della sua vita; fumando e masticando l’oppio ed il tabacco; bevendo il coca, il vino, l’alcool, i liquori fermentati, masticando, fumando e bevendo l’ascisc ha cercato inebriarsi idealmente di quei piaceri che non può procurarsi, e per attutire i positivi dolori della vita.”

(VALIERI RAFFAELE, 1887, Sulla canapa nostrana e suoi preparati in sostituzione della Cannabis indica, Napoli, 32 pp. PIETRO BRUGO, 1864, Preparazione ed uso dell’olio di canape sativa: di Brugo farmacista a Romagnano, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 39 (3°s.), pp. 249-250

VINGNOLO G., 1894, Sull’essenza di Cannabis indica, Rendiconti Reale Accademia dei Lincei, 5° s., vol. 3, pp. 404-407. VIGNOLO G., 1895, Sull’essenza di Cannabis indica, Gazzetta Chimica Italiana, vol. 25(I), pp. 110-114. VIGNOLO G. & F. MARINO-ZUCO, 1895, Sopra gli alcaloidi della Cannabis indica e della Cannabis sativa, Rendiconti Reale Accademia dei Lincei, (5° s.), vol. 4, pp. 253-25 –

GODARD, 1871, Preparazioni arabe dell’haschisch, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 52 (3°s.), pp. 142-146 -)

Vengono coniati e definiti nuovi sostantivi come Asciscina, Cannabina, Cannabano, Cannibene, Cannabene, Oleito e Eleosaccaro e Cannabismo.

-cannabina (o canapina o asciscina) s. f. [der. di Cannabis, nome lat. scient. della canapa, col suff. –ina]. – Sostanza resinosa amara presente nella canapa indiana, già usata come ipnotico; si ottiene per precipitazione dall’infuso con acido tannico.

cannabano s. m. [der. di Cannabis, nome lat. scient. della canapa, col suff. –ano]. – Idrocarburo isolato dall’olio essenziale della canapa indiana; è un liquido volatile di odore caratteristico.

-cannibène s. m. [der. di Cannabis, nome lat. scient. della canapa, col suff. –ene; la –i– per differenziarlo dal cannabene]. – Composto organico, sesquiterpene, contenuto nell’olio della canapa indiana; è un liquido volatile, incolore, di odore gradevole.

-cannabène s. m. [der. di Cannabis, nome lat. scient. della canapa, col suff. –ene]. – Composto organico, idrocarburo contenuto nell’olio della canapa indiana; per addizione di due atomi di idrogeno si trasforma in cannabano.

-cannabismo s. m. [der. di Cannabis]. – Uso continuato della droga estratta dalla canapa indiana (hascisc); provoca un grave decadimento dello stato fisico, con disturbi mentali come eccitamento maniacale e allucinazioni, che possono giungere fino all’oscuramento della coscienza e al delirio.

-Gli oleoliti sono soluzioni oleose dei fitocomplessi curativi delle piante officinali.

-Eleosaccaro. S. m. (Farm.) Medicamento formato di zucchero fioretto e di un olio volatile aromatico.

Il problema della standardizzazione sollevato da Raffaele Valieri, verrà in seguito affrontato su due fronti diversi. Si cita lo studio di Gino Pollacci e Mario Gallotti “Canapa indiana coltivata in Lombardia” (Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale, vol. 15, pp. 325-325, 1940)

Dopo i buoni risultati ottenuti dal prof. B. Longo a Napoli, noi, fin dal 1937, tentammo l’ambientamento di questa pianta in Lombardia ed iniziammo la semina e la coltivazione nell’Orto Botanico di Pavia.

Raccolto il primo prodotto nel settembre dello stesso anno (costituito dalle sommità fiorite femminili), e fattone un estratto etereo, lo sottoponemmo a controllo biologico, che è stato eseguito dalla prof. Piera Marangoni, dell’Istituto di Farmacologia della nostra Università. L’esame fu fatto

su diversi conigli e topi e si venne alla soddisfacente conclusione che il prodotto si dimostra attivo. Incoraggiati da questi risultati si è tentata

in quest’anno una coltivazione su scala relativamente grande, seminando con nostri semi, detto vegetale nel Campo Sperimentale che l’Istituto Botanico ha impiantato alla Certosa di Pavia. Nel settembre ultimo raccogliemmo il prodotto che fu abbondante e promettente. Si ottennero circa 2

quintali di cime fonte secche, che stiamo ora sottoponendo a controllo biologico”.

Lo studio fornì il materiale per i successivi studi del Dott. Bazzi Mario, Farmacologo dell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Pavia che, nel 1940, pubblicando i lavori “Dosaggio biologico della Cannabis indica coltivata nei dintorni di Pavia, Bollettino Società Italiana Biologia Sperimentale” e “Cannabis indica”, (Milano, Inverni della Beffa, 64 pp.), intraprese ricerche sulla Cannabis indica insieme a Pietro Mascherpa.

Egli utilizzò una parte di quel raccolto delle prime coltivazioni per effettuare studi sui cani e sui conigli. Sottolineò la difficoltà di reperire questa droga presso le farmacie, nonostante fosse iscritta alla Farmacopea Ufficiale Italiana e diede quindi importanza ai risultati ottenuti con la coltivazione su larga scala di Pavia, poiché ciò apriva la possibilità di rendere il mercato farmaceutico italiano indipendente dalle costose e rare importazioni da altri paesi. A conclusione dei suoi saggi e dosaggi biologici, egli affermò che la canapa coltivata a Pavia possedeva un’attività farmacologica pari al 50% di quella posseduta dalla canapa d’importazione.

Non meno importanti furono i primi studi fisiologici di Bourchardat e Corrigan e di Battaglia (BOUCHARDAT & CORRIGAN, 1847, Dell’haschisch, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 4 (3°s.), pp. 201-204. -BATTAGLIA B., 1887, Sul Hashish et sua azione nell’organismo umano, Psichiatria (Napoli), vol. 5, pp. 1-38. ).

Gli studi e le ricerche Italiane spiccano a livello europeo per la qualità del lavoro di ricerca con metodo rigorosamente scientifico e per l’entusiasmo che accompagna questi lavori, diffuso a livello accademico in tutta Italia, dalla Lombardia a Napoli, a Roma, al Veneto alla Sardegna.

Non tardano a comparire le prime indicazioni terapeutiche come rimedio contro il colera e l’idrofobia, come calmante nel gozzo esoftalmico e nell’epilessia, come miotonico uterino, utile nell’ingorgo mammario delle puerpere, efficace come analgesico e spasmolitico.

POLLI GIOVANNI, 1854, Raccomandazione di un rimedio nel choleraAnnali di Chimica Applicati alla Medicina, 19 (3°s.) :173-177; Polli Giovanni, 1865, Sull’antidoto dell’haschisch, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, 40 (3°s.) :343-345.                                                                                                                                                                               POLLI GIOVANNI, 1860, Risultato di un esperimento terapeutico dell’haschisch nell’idrofobia, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 31 (3°s.), pp. 366-371

DORVAULT, CARLO ERBA & GIOVANNI POLLI, 1849, Dell’haschisch e delle sue preparazioni, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 8 (3°s.), pp. 83-97. –

BUONACCORSI GIOVANNI, 1851, Dell’Hashish o estratto alcoolico del seme e del fiore della Canape d’India dato per uso interno nell’epilessia ed in varie forme di nevrosi.

VERGA ANDREA, 1848, Sull’haschisch, Annali Universali di Medicina, 127:423-425; Verga Andrea, 1848, Diversi preparati di haschisch, Gazzetta Medica Lombarda, 2° s., 1:79; Verga Andrea, 1863, Lipemania guarita coll’haschisch, Gazzetta Medica Italo-Lombarda, 32 (5° s.), 2°:275. – VALIERI RAFFAELE, 1875, Contribuzione alla terapeutica del gozzo esoftalmico, La Clinica (Napoli), 2(15):118-120; 

Fase IV Dispersione Terziaria - Copyright Matt Barbee: 2013-R.C. Clarke M.D.Merlin: "Cannabis evolution and Ethnobotany". pag 131

VALIERI RAFFAELE, 1888, Sul gozzo esoftalmico curato e guarito dalla sola Canapa e suoi preparati, Napoli, Tip. dell’Unione, 64 pp. –                                    GREGOR G., 1853, Dell’haschisch nei parti, Annali di Chimica Applicati alla Medicina, vol. 17 (3°s.), pp. 175-176.Vengono così scientificamente definite le caratteristiche della pianta e dei suoi principi attivi, la sua formulazione e i dosaggi terapeutici per varie patologie, ponendo le basi per l’ingresso della Cannabis nella Farmacopea Italiana ed internazionale.

 

 

Il Proibizionismo Moderno

Dopo questi millenni di gloriosa e fruttuosa storia, è proprio il ‘900 il secolo in cui la canapa conosce uno dei suoi periodi più oscuri. Da questo punto in poi, tuttavia, una serie di circostanze storico – politiche convergenti porto’ un generale mutamento del clima intorno alla cannabis. L’improvvisa comparsa di alcune piantagioni in Texas e nella zona di New Orleans e soprattutto l’uso che ne facevano immigrati soprattutto messicani, ma anche musicisti jazz e giovani viaggiatori fa nascere improvvisamente il “pericolo marijuana”.A partire dal 1910, i bollettini della Commissione per la Sanita’ Pubblica di New Orleans scrivevano ripetutamente che la “marijuana e’ la piu’ pericolosa sostanza mai apparsa nella zona ed i suoi nefasti effetti possono trasformare i buoni uomini bianchi in neri e cattivi”.Nella sola cittadina di Storeyville, luogo di nascita di Louis Armstrong e centro vitale della cultura jazz, si contavano “oltre 200 consumatori abituali”.

 

Con questo tipo d’informazione, venne montata un’ossessiva campagna stampa che porto’ nel 1915 al bando di uso e possesso di marijuana a El Paso (Texas), Utah e California, seguiti da altri 14 stati entro il 1929.
Per la prima volta la stampa nazionale si occupò della questione, diffondendo le allarmanti notizie fornite dall’appena fondato Federal Bureau of Narcotics (FBN) nel 1930. Harry Anslinger, neodirettore, iniziò la schedatura di decine di musicisti jazz di colore, fornendo al Congresso regolari relazioni sui pericoli della diffusione dell’uso di cannabis, rea di provocare “musica satanica” e “rapporti sessuali tra donne bianche, negri e messicani”.

Tuttavia il primo paese ad imporre leggi proibizioniste fu l’Egitto, dove la coltivazione venne proibita fin dal 1879, come riporta Ahmad M. Khalifa (in V. Rubin, Cannabis and Culture,1975). In Grecia l’uso fu proibito fin dal 1890 con la motivazione che “la cannabis e’ causa di pazzia”. E lo stesso avvenne nel 1913 in Giamaica, seguita nel 1928 dal Sudafrica.

Il Military Investigation Commitee del Canale di Panama pubblico’ due rapporti (1925 e 1931) dove si dichiarava che “….la marijuana non costituisce alcun problema per soldati e civili della zona, e nessun provvedimento restrittivo si rende quindi necessario.”

Già nel 1925 viene siglato il “Second Internetional Opium conference” di Ginevra da parte della “Lega delle Nazioni”, con cui viene circoscritto l’utilizzo della canapa se non per motivi scientifico terapeutici. In Italia, la fiorente coltivazione dei primi anni del 900 subisce un freno con l’entrata in vigore della legge Mussolini-Oviglio del 1923 che vieta la coltivazione della Cannabis Indica.

Negli Stati Uniti nel 1930 l’estratto di Cannabis è ancora riconosciuto come terapia nella US Pharmacopeia.

Tuttavia è proprio nel continente americano che il 14 Giugno 1937, per un insieme di motivi estranei alla scienza e alla pratica medica, e, nonostante la ferma opposizione dell’American Medical Associacion, il Presidente Roosevelt firmò il “Marijuana Tax Act”, emanato dal Congresso degli Stati Uniti d’America, che di fatto impediva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, anche a scopo medicamentoso. La legge non vietava espressamente il consumo, la compravendita o la coltivazione della specie, ma di fatto rendeva economicamente improponibile l’utilizzo della Cannabis in quanto prevedeva delle tasse elevate su qualsiasi tipo di transazione commerciale riguardante la pianta o derivati di essa.

Inizia il proibizionismo commerciale.

Allo stesso modo nel 1938 la coltivazione di Cannabis divenne illegale in Canada sotto la Legge sulle droghe e stupefacenti (Small and Marcus, 2002).

La Cannabis esce dalle Farmacopee Statunitense prima del Primo Conflitto Mondiale.

Il termine “Marijuana” o “Marihuana”, nella accezione di narcotico, stupefacente illegale, sostituisce quasi completamente la parola Cannabis nel linguaggio comune.

Si conclude la fase di Dispersione secondaria della Canapa nel pianeta.

Inizia la fase V, la prima fase della Dispersione Terziaria che comprende gli anni dal dopoguerra algi anni 90.

Nel 1961 la “Single Convention on Narcotic Drugs”, resa effettiva nel 1964, e ratificata da 40 paesi, si propose di allargare il controllo, riservato dai primi accordi solo a oppio, coca e loro derivati, anche alla cannabis e ai composti con effetti simili. Codificò tutti i trattati multilaterali già esistenti sul controllo delle droghe, e il principale obiettivo fu di limitare il possesso, l’uso, il commercio, l’importazione, l’esportazione e la produzione delle sostanze stupefacenti esclusivamente a scopi medici e scientifici. La convenzione istituì anche la International Narcotics Control Board (INCB), che incorporava gli organismi Permanent Central Board e Drug Supervisory Board.

Inizia il Proibizionismo moderno.

Per più di un ventennio la Cannabis verrà demonizzata come sostanza pericolosa e d’abuso, contro la quale vale investire più risorse ed energie possibili per debellarla.

Da qui in poi, nella fase della dispersione terziaria, la cultura Cannabica diventa una “cosa proibita”, l’interesse e la passione di alcuni coltivatori sparsi in tutto il pianeta, nonostante la proibizione delle leggi, mantennero in vita le preziose genetiche “da droga”, in maniera amatoriale, nascosta, in un movimento underground. Inizia un periodo di drastica separazione tra l’ambiente medico scientifico, da quello ludico-ricreativo, o religioso tradizionale.

Anche dal punto di vista della Dispersione della cannabis nel pianeta, si assiste ad una netta separazione delle varietà da fibra, che pur in netto declino rispetto al passato, continuano ad essere coltivate, e le varietà da droga che diventano sompletamente illegali.

La tecnologia e il progresso tecnico vedono però proprio in questi anni lo sviluppo delle lampade a scarica, che con un efficienza luminosa migliore rispetto alle lampade tradizionali ad incandescenza, permettevano la coltivazione in ambienti artificiali.

Nascono le prime coltivazioni al chiuso, per sfuggire al controllo delle autorità.

 

E’ un momento importante per la dispersione della Cannabis, in quanto diventa improvvisamente possibile coltivare in qulunque angolo del pianeta raggiunto da energia elettrica, in qualunque periodo dell’anno.            L’introduzione delle varietà afghane di tipo BLD, a foglia larga, di bassa statura e dalla maturazione precoce, più facili da crescere in ambienti artificiali favorì il diffondersi della tecnica.